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	<title>Sustainab.Italy &#187; Green Economy</title>
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		<title>Fonti rinnovabili:il confronto Germania-Italia sulle scelte ambientali ed economiche.</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 21:17:45 +0000</pubDate>
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Esattamente ieri sera, 7 marzo 2010, Presa Diretta, il programma del palinsesto di Rai 3 condotto da Riccardo Iacona, ha mandato in onda  il reportage intitolato &#8220;Sole Vento Alberi&#8221;,dedicato alle fonti di energia rinnovabili e al confronto tra le diverse politiche  di incentivazione condotte da paesi come la  Germania e l&#8217;Italia.
Per fortuna la Rai ha [...]]]></description>
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<p>Esattamente ieri sera, 7 marzo 2010, <a href="http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-304de3ed-bbd9-4afb-bd57-da84637dde70.html?homepage" target="_blank">Presa Diretta</a>, il programma del palinsesto di Rai 3 condotto da Riccardo Iacona, ha mandato in onda  il reportage intitolato <a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e9c0c5ec-688a-4f53-aefa-97c2b268b4c3.html?p=0#" target="_blank">&#8220;Sole Vento Alberi&#8221;</a>,dedicato alle fonti di energia rinnovabili e al confronto tra le diverse politiche  di incentivazione condotte da paesi come la  Germania e l&#8217;Italia.</p>
<p>Per fortuna la Rai ha un ottimo archivio web da cui è possibile rivedere quasi tutta la la produzione televisiva delle sue emittenti, e stamane ho potuto rivedere <a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e9c0c5ec-688a-4f53-aefa-97c2b268b4c3.html?p=0#" target="_blank">la puntata </a>e riprendere dati e informazioni per una riflessione più accurata sullo scenario italiano. Il nostro &#8216;bel paese&#8217; lasciato allo sbaraglio quando serve, ma anche imbavagliato all&#8217;occorrenza. L&#8217;ottimo lavoro di Iacona però, mi ha spinto a riaprire la discussione in questo blog, e approfittare dello spunto per aggiungere le mie considerazioni.</p>
<p><span id="more-97"></span></p>
<p>Partendo dal presupposto che il sogno verde che sta attraversando l’economia mondiale, fiaccata dalla recessione, non sia un’ipotesi, ma una realtà che genera profitti, è possibile capire anche perché  paesi come la Germania, la Spagna, la Danimarca, la Svezia ed altri ancora, stanno intervenendo con forti incentivi verso il  sistema imprenditoriale e  verso i cittadini.</p>
<p>Le nuove opportunità di business verde stanno già generando nuovi posti di lavoro (siamo a 3,5 milioni solo in Europa) e tutti gli osservatori ritengono che questa tendenza potrà incidere positivamente sull’economia mondiale.</p>
<p>E il confronto Italia-Germania non giunge a caso: infatti l&#8217;<a href="http://epi.yale.edu/" target="_blank">EPI (Environmental Performance Index) </a>sviluppato dall&#8217;Università di Yale con una metodologia che unisce la performance per la tutela e la valorizzazione del patrimonio ambientale, rivela che nel quadro dei 163 paesi del campione, l&#8217;<a href="http://epi.yale.edu/Countries/Italy" target="_blank">Italia</a> segue la <a href="http://epi.yale.edu/Countries/Germany" target="_blank">Germania</a> &#8211; rispettivamente il 17° e il 18° posto &#8211; nella classifica dei paesi più responsabili del 2009. Due paesi molto diversi per cultura e coscienza politica, eppure così vicini  nei risultati pubblicati dalla ricerca.</p>
<p style="text-align: center;"><a style="text-decoration: none;" href="http://www.sustainabitaly.it/wp-content/uploads/2010/03/epimethod.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-100" title="epimethod" src="http://www.sustainabitaly.it/wp-content/uploads/2010/03/epimethod.jpg" alt="" width="544" height="414" /></a></p>
<h3>Le differenze tra Germania e Italia.</h3>
<p>Partendo proprio dagli effetti generati sull&#8217;occupazione , Iacona ci dice che in Germania, grazie alla legge sulle fonti rinnovabili vagliata nel 2001 (con il consenso del 90% dei deputati tedeschi), sono stati creati circa 750.000 posti di lavoro, di cui 250.000 dalle centrali e circa il doppio dall&#8217;indotto.</p>
<p>Per quanto riguarda la situazione italiana, stando ai dati dell’ultimo <strong><a href="http://www.censis.it/277/280/339/6954/cover.asp" target="_blank">Rapporto Annuale del Censis</a></strong> 2009, sembra che la green economy rappresenti una delle poche speranze di ripresa dalla crisi economica  che  sta attraversando il nostro paese. Nel rapporto si legge che  “sebbene non sia possibile calcolare nel dettaglio il valore di questo complesso sistema, disperso in svariati segmenti di business, le stime sul fatturato complessivo della green economy italiana si aggirano già attorno ai <strong>10 miliardi di euro</strong>, e decisamente positive sono le previsioni sull’impatto nel mercato del lavoro: fonti diverse stimano da qui a dieci anni un potenziale occupazionale che varia <strong>da 100 mila a 1 milione di nuovi addetti</strong>, a seconda dei comparti presi in considerazione nella valutazione.”</p>
<p>La ripresa dell’economia italiana punta ,in particolare, su una forte spinta proveniente dal settore dell’energia rinnovabile (secondo i dati raccolti da Terna e dal Gestore servizi elettrici, nel 2008 l’energia prodotta da fonti rinnovabili ha coperto il 16,5% del consumo nazionale, e la produzione è aumentata del 24,5% in soli cinque anni). Altrettanto positivo il quadro fornito dalle stime di Nomisma Energia: il fatturato dei principali comparti delle nuove rinnovabili è aumentato in cinque anni del 191% e nel 2008 supera i 5 miliardi di euro, mentre l’occupazione diretta e dell’indotto è cresciuta del <strong>220% </strong>e sono più di <strong>20.000 i posti di lavoro</strong> creati dallo sviluppo delle energie verdi.</p>
<h3>La legislatura a confronto</h3>
<p>La legge sulle rinnovabili che muove la Germania, similmente al <strong><a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/03387dl.htm" target="_blank">Decreto Legislativo  387/2003 </a> </strong>adottato in Italia, consiste fondamentalmente nella liberalizzazione del mercato di produzione dell&#8217;energia da fonti rinnovabili e consente quindi a chi produce energia pulita, di rivenderla sul mercato.</p>
<p>A questo dato si aggiunga che l&#8217;attuale Cancelliere tedesco ( ed ex Ministro dell&#8217;Ambiente) <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Angela_Merkel" target="_blank">Angela Merkel</a> ha proposto in Germania il programma <strong>202020</strong><strong>, </strong>ovvero l&#8217;obiettivo di raggiungere entro il 2020 una riduzione delle emissioni di CO2 del 20%, e la produzione del 20% del fabbisogno energetico del Paese attraverso fonti rinnovabili.</p>
<p>Grazie alle scelte accorte dei vertici politici, il settore della ricerca e della produzione di energia da fonti rinnovabili stanno vivendo una crescita intensa e costante, che ha permesso alla Germania di cogliere a testa alta e con slancio l&#8217;opportunità, e di porsi un obiettivo di copertura del 60% del fabbisogno energetico nazionale, solo attraverso fonti rinnovabili.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;Italia, invece, il Dlgs 387/2003 per le fonti rinnovabili ha concesso anche ad imprese che sono molto lontane dalla sostenibilità di ampliare il loro business, affiancando alle fonti rinnovabili anche le <em>fonti assimilabili. </em>Questo, viene spiegato nel servizio di Iacona, significa che imprese come l&#8217;ILVA di Taranto, la Lucchini di Piombino, e la Garrone di Priolo, hanno potuto procedere alla manipolazione di risorse come i rifiuti della raffinazione petrolifera (che non erano rinnovabili in origine) per produrre altra energia, ma con l&#8217;effetto di un grave danno ambientale per l&#8217;emissione di elevate quantità di CO2  e molto dannose per le comunità locali.</p>
<p>Le differenze presenti in Italia sono anche il frutto della de-regulation che lascia ai governi regionali la possibilità di scegliere autonomamente la propria politica di approvvigionamento energetico. A parte esempi positivi come la <strong>Puglia</strong>, che grazie a semplificazioni ed incentivi, attualmente rappresenta la <strong>1° regione italiana per produzione di energia da fonti rinnovabili -</strong> con la produzione del <strong>25,32% dell’energia eolica nazionale</strong> e del <strong>13,44% dell’energia fotovoltaica</strong> &#8211; la realtà italiana risulta essere molto disomogenea, e in alcuni casi anche drammatica.</p>
<p>Al contrario però di ciò che accade in Germania, dal reportage di Iacona emerge che in Italia, e specialmente in regioni come la Calabria e la Sicilia, il ritardo nella valutazione delle domande di installazione degli impianti abbia rallentato  - se non immobilizzato &#8211; lo sviluppo delle imprese locali e la conversione degli impianti domestici dei cittadini.</p>
<p>Proprio in Sicilia (Agrigento vanta la presenza del &#8220;Re del vento&#8221; &#8211; Salvatore Moncada ) in molti comuni &#8211; come  Trapani- è stato registrato un blocco delle pratiche che raggiunge i 4 anni. Demotivante. Altro che incentivi!</p>
<p>Eppure proprio le regioni del sud Italia, grazie alla naturale conformazione del territorio e la loro posizione, hanno una capacità produttiva di gran lunga superiore rispetto ai paesi nordici.</p>
<p>Altre considerazioni cadono sulla regione Toscana e sulla Basilicata.Mentre in Toscana alcuni comuni appesantiscono il cittadino di tasse (mi riferisco all&#8217;obbligo della DIA &#8211; Dichiarazione di Inizio Attività &#8211; 1500 euro) per poter installare un impianto di energia rinnovabile nella propria abitazione, in Basilicata, invece, osteggiano gli impianti eolici con la giustificazione della tutela paesaggistica. E uno dei migliori produttori della regione, una fabbrica di Ferrandina che produce pannelli solari, esporta il 60% della produzione in Francia, Germania e Inghilterra.</p>
<h3>Necessità fa virtù? Io sono convinta di si.</h3>
<p>Se la preoccupazione degli altri Paesi europei è attualmente quella di rendersi indipendenti nella produzione di energia elettrica (limitando l&#8217;approvvigionamento da paesi esteri) per ovvie regioni economiche e politiche, l&#8217;Italia sembra, invece, non cogliere a pieno le opportunità che offre l&#8217;approccio delle rinnovabili.</p>
<p>Speriamo solo che il governo italiano trovi la motivazione nella grave crisi economica che il nostro paese sta affrontando,  per regolamentare in modo efficace e vantaggioso il settore delle energie rinnovabili, e dare la possibilità alla piccola e media impresa italiana di rifiorire sotto una nuova luce. Quella <em>green</em>.</p>
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		<title>La ricerca ISPO rivela le attitudini &#8220;green&#8221; degli italiani.</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 17:05:24 +0000</pubDate>
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Contrariamente a quanto argomentano alcune voci, in merito ad una bolla speculativa ecologica simile a quella determinata dalla “New Economy”, numerose fonti statistiche supportano oggi il processo di affermazione della Green Economy, confermando i fenomeni emergenti dal mercato.
Innanzitutto viene documentata la domanda di beni e servizi ecosostenibili (tendenza presente anche nei paesi del BRIC) , [...]]]></description>
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<p>Contrariamente a quanto argomentano alcune voci, in merito ad una bolla speculativa ecologica simile a quella determinata dalla “New Economy”, numerose fonti statistiche supportano oggi il processo di affermazione della Green Economy, confermando i fenomeni emergenti dal mercato.</p>
<p><strong>Innanzitutto viene documentata</strong><strong> la domanda di beni e servizi ecosostenibili </strong>(tendenza presente anche nei paesi del BRIC) , tra cui la generazione di energia “pulita” basata sulle tecnologie rinnovabili, in sostituzione di quella basata sui combustibili fossili, e il risparmio energetico che scaturisce dal miglioramento dell’efficienza. Ma tocca anche settori tradizionali come la produzione di automobili, con la riduzione nelle emissioni di CO2, l’introduzione di combustibili alternativi come il metano, in cui l’Italia è leader mondiale, la ricerca sull’idrogeno e  la diffusione di  auto elettriche.<span id="more-86"></span></p>
<p>A tal proposito, la ricerca dell&#8217;istituto Ispo<a href="#_ftn1"><strong>[1]</strong></a> , pubblicata a settembre 2009 e condotta su un campione rappresentativo di 800 persone, indica in maniera chiara l’accresciuto livello di sensibilità ambientale tra i cittadini italiani. Dalla ricerca emerge che l&#8217;86% del campione intervistato afferma di utilizzare a casa prodotti ecologici &#8211; come lampade a basso consumo &#8211; e adottare comportamenti sostenibili – come spegnere le luci, evitare di lasciare scorrere l&#8217;acqua e non eccedere con i riscaldamenti.</p>
<p><a href="http://www.sustainabitaly.it/wp-content/uploads/2010/03/ispo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-87" title="ispo_ricerca" src="http://www.sustainabitaly.it/wp-content/uploads/2010/03/ispo.jpg" alt="report_ispo_2009" width="555" height="400" /></a></p>
<p>Il report  afferma che  la percentuale dei virtuosi scende al 50% quando si tratta di spostamenti urbani a corto raggio, dove l&#8217;auto resta preferita, anche se il 60% cerca anche di guidare ecologico. Italiani attenti all&#8217;ambiente, poi, anche quando si parla di shopping: Oltre il 50% degli intervistati dichiara di voler conoscere le modalità di produzione dei beni e di preferire prodotti ecologici, soprattutto nel settore dell&#8217;automobile, dove l&#8217;86% afferma di &#8220;voler tenere in considerazione&#8221; gli aspetti legati all&#8217;ambiente.  I giovani e i laureati sono i più consapevoli del ruolo e della funzione della formazione, ma ben nove italiani su dieci (92% degli intervistati) ritengono necessario integrare economia con ambiente, soprattutto investendo nelle tecnologie. L’ecologia viene quindi percepita come un valore proprio del vissuto comune. C’è una sensibilità già spiccata su cui lavorare ma molto resta ancora da fare. E soprattutto bisogna lavorare per far sì che le scelte eco-compatibili siano sempre più compatibili sia con i bilanci aziendali che non quelli familiari.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref">[1]</a>E’ possibile consultare online il report della ricerca  “La green economy e gli italiani” condotta da ISPO: <a href="http://www.greenvalue.it/public/estratto_green_economy.pdf">http://www.greenvalue.it/public/estratto_green_economy.pdf</a></p>
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		<title>Definire la Green Economy</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 13:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Chi opera nel settore della sostenibilità ambientale è ben cosciente di quali siano le caratteristiche del trend della “Green-Economy”, ma i neofiti probabilmente avranno avuto qualche difficoltà nell&#8217;identificare il fenomeno entro griglie di analisi univoche. Ecco perché ritengo necessaria una definizione preliminare della Green economy, che possa chiarirne i confini e le sfaccettature.
Con il termine [...]]]></description>
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		</div>
<p>Chi opera nel settore della sostenibilità ambientale è ben cosciente di quali siano le caratteristiche del trend della “Green-Economy”, ma i neofiti probabilmente avranno avuto qualche difficoltà nell&#8217;identificare il fenomeno entro griglie di analisi univoche. Ecco perché ritengo necessaria una definizione preliminare della Green economy, che possa chiarirne i confini e le sfaccettature.<br />
Con il termine <em>&#8220;green economy</em>&#8221; ci si riferisce ad un paradigma manageriale e commerciale che privilegia l’impatto ambientale come indicatore imprescindibile della genuinità delle operazioni messe in atto da imprese ed organizzazioni. L’ambiente però non è l’unica piattaforma con cui bisogna confrontarsi. Certamente cresce la necessità di rendere l’economia più armonica con l’ecosistema, ma farlo comporta una meravigliosa creatività, conoscenza specialistica, e l’allargamento della partecipazione di tutti gli individui. I comportamenti umani e I lavoratori non possono essere ancora ingranaggi del meccanismo dell’accumulazione, sia che esso sia capitalista o socialista. Lo sviluppo sostenibile richiede anche un progresso culturale e l’estensione della democrazia, perché le trasformazioni sociali ed economiche sono fenomeni strettamente correlati.</p>
<p><span id="more-57"></span><br />
La Green economy enfatizza la creazione di alternative positive in tutti i settori dell’economia e della vita.<br />
Il settore pubblico e privato devono essere trasformati in modo tale da consentire &#8211; da un lato &#8211; al mercato di esprimere valori sociali ed ecologici -e dall&#8217;altro- che lo Stato incominci ad avvicinarsi ai network di innovazione creata dal basso delle community (locali o virtuali).</p>
<p><a href="http://www.sustainabitaly.it/wp-content/uploads/2010/03/money2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-78" title="money" src="http://www.sustainabitaly.it/wp-content/uploads/2010/03/money2.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>La Green Economy non è una delle scelte possibili, ma è l&#8217;unico modello praticabile per lo sviluppo dei prossimi venti anni. Puntare sulla Green Economy è un imperativo condiviso a tutti i livelli, è un dato di fatto non un argomento su cui scontrarsi, è una priorità di tutti. Qualunque sia il paradigma economico che si vuole adottare, l’economia ecologica è una prerogativa che non prescinde dall’industria, nonostante ne riconosca i danni fatti nel passato e nel presente. La Green Economy quindi non è la fine dell’industria, bensì un cammino di riconversione che conduce alla sostenibilità ambientale e sociale dell’industria.</p>
<p>Esempi degli orientamenti politici italiani , sono gli incentivi alla rottamazione delle auto, finalizzati alla diminuzione dei consumi e delle emissioni di CO2, oppure gli incentivi alla produzione di energia elettrica da fonti alternative già esistenti da tempo nel nostro Paese. Oppure, ancora, lo sforzo che è in corso da alcuni anni nelle pubbliche amministrazioni affinché si proceda ad acquisti eco-compatibili (il cosiddetto “green procurement”).<br />
Il sogno verde che sta attraversando l’economia mondiale fiaccata dalla recessione, insomma, non è un’ipotesi ma una realtà che genera profitti. Tutti, quindi, dobbiamo lavorare per far crescere reddito e occupazione grazie all’energia pulita e dalla conversione industriale.</p>
<p>La Comunità Europea orienta e dirige questa conversione attraverso numerosissime direttive e programmi speciali, partendo dalle ECOLABEL, all’EMAS , agli incentivi fiscali e tutte le misure di sanzione per i paesi che non lavorano adeguatamente per il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto .<br />
I contenuti del Protocollo di Kyoto, sono infatti intesi a modificare il comportamento delle industrie che inquinano, ma è anche opinione largamente condivisa, che attraverso il modello del <a href="http://unfccc.int/kyoto_protocol/mechanisms/emissions_trading/items/2731.php ">carbon emission trading </a>il protocollo fornisca una scappatoia per continuare ad inquinare, pagando una tassa, senza affrontare il problema reale sottostante, ovvero la necessità di un reale e duraturo cambiamento dei comportamenti che provocano l’inquinamento.</p>
<p>Ecco dunque la necessità dell&#8217;adozione di processi sostenibili da parte delle imprese, quali cardine centrale delle loro strategie di business, in modo tale da contemplare anche il raggiungimento di vantaggi commerciali, che bilancino di gran lunga i costi sostenuti per implementarli.</p>
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		<title>L&#8217;emergenza ambientale documentata nei report ufficiali</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 18:32:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dove nasce l'emergenza ambientale e climatica? E' un hype oppure l'inquinamento provocato dall'industiria e dall'iperconsumo stanno mettendo in vero pericolo il futuro delle prossime generazioni? E' solo una moda passeggera o l'inizio di un radicale cambiamento nel modo di opearare degli uomini?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: right; margin-left: 10px;">
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<p><strong>Dove nasce l&#8217;emergenza ambientale e climatica? E&#8217; un hype ,oppure l&#8217;inquinamento provocato dall&#8217;industiria e dall&#8217;iperconsumo stanno mettendo in vero pericolo il futuro delle prossime generazioni? E&#8217; solo una moda passeggera o l&#8217;inizio di un radicale cambiamento nel modo di opearare degli uomini?</strong></p>
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<p>Osservando il  mainstream dei  media , la stampa economica, la blogosfera, e tutto il resto – emerge in modo evidente che il tema dell&#8217;eco-compatibilità delle pratiche commerciali  ha raggiunto un punto critico di rilevanza . Il martellamento quotidiano di notizie, iniziative e campagne pubblicitarie “green” è notevolmente cresciuto negli ultimi anni.<br />
Difficilmente passa una settimana, senza aver notizia dell’impegno di una azienda, di  una nuova tecnologia , di una nuova partnership per affrontare le sfide ambientali, o una nuova scoperta da un organismo governativo, o dei progressi compiuti da un  laboratorio universitario o di ricerca.</p>
<p><span id="more-12"></span><br />
Bisognerebbe però fare attenzione alla distinzione tra sviluppo e progresso, due concetti tendenzialmente vicini tra loro, ma distanziati da una sottile, seppur decisiva differenza.<br />
Per questo motivo  sarebbe giusto chiedersi: “ cosa sta succedendo realmente?”  “tutti questi  cambiamenti impatteranno come una svolta epocale nel mondo degli affari, o servono semplicemente  a lavarsi la coscienza? E, cosa più importante: tutto questo può fare la differenza per l&#8217;ambiente?<br />
Non ci sono dati sufficienti per mostrare come le aziende stanno mettendo in atto questo cambiamento, a livello aggregato, per spostare l&#8217;ago su questioni come il cambiamento climatico, la riduzione di sostanze tossiche, la conservazione dell&#8217;acqua e l&#8217;efficienza delle risorse</p>
<p>In alcuni casi, è quasi impossibile dire se gli indicatori dei progressi si stanno muovendo in avanti o indietro.<br />
Le aziende che stanno agendo secondo  parametri di  sostenibilità ed efficienza, ma solo in modo incrementale, e buona parte dei loro guadagni sono compensati da un&#8217;economia in costante crescita. Così, mentre le emissioni di gas ad effetto serra possono essere tagliate, lo sviluppo economico porta comunque a considerare queste emissioni sostanzialmente invariate.<br />
Nonostante i risultati siano ancora evidentemente contrastanti, potremmo comunque salutare con spirito ottimistico l’inizio di un nuovo periodo di profondi cambiamenti per l’industria e per le società che si rendono maggiormente consapevoli rispetto alle emergenze ambientali globali.</p>
<p>L’economia globale dipende completamente dalla natura per le materie prime, l’energia, e servizi indispensabili come l’acqua e la purificazione dell’aria, la fertilità del suolo, e l’assorbimento dei rifiuti.  Quando l’economia raggiunge una certa dimensione, una ulteriore crescita metterebbe a rischio sia il sistema che il sottosistema. Nel linguaggio dell’economia questo significa che la crescita è diventata “non economica”.  In casi estremi, una economia che cerca di crescere oltre una certa dimensione che la biosfera può sopportare, può semplicemente distruggerla. Per questo motivo l’economia deve correre ai ripari e cercare una nuova scala su cui dimensionarsi.<br />
Le aziende da un lato, e gli individui (consumatori) dall’altro, stanno lentamente integrando questa nuova consapevolezza nelle loro pratiche quotidiane, le prime, allineando i valori “green” alle strategie di impresa e quindi ai loro obiettivi di bottom-line, e i secondi, ponendo maggiore attenzione ai loro acquisti e ai loro comportamenti all’interno delle proprie comunità.</p>
<p>Numerosissime ricerche, a partire dagli anni &#8216;70 , hanno contribuito a consapevolizzare i decisori pubblici, i governi, i cittadini e gli imprenditori sui temi dell’emergenza ambientale.<br />
Basti ricordare il  “ Rapporto sui limiti dello Sviluppo”, meglio noto come “Rapporto Meadows”, redatto dal Club di Roma  e  pubblicato nel 1972, il quale indicava che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali (specialmente petrolio), e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta. La crisi petrolifera del 1973 attirò ulteriormente l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica su questo problema.</p>
<p>Nel 1979 viene pubblicato “Gaia. A New Look at Life on Earth”, scritto da James Lovelock , un biologo britannico che proponeva di considerare le diverse componenti geofisiche del pianeta (l’atmosfera, gli oceani, la crosta terrestre) come parti di un complesso sistema interagente: un unico grande organismo che Lovelock chiama Gaia, dal nome della divinità greca rappresentazione della Terra. Le teorie di Gaia vennero criticate da più parti, sia perché considerate come una sorta di religione new age, sia perché il fatto che Gaia sarebbe in grado di fare fronte a ogni modificazione imposta dall’esterno (e quindi anche dall’uomo) giustificherebbe qualsiasi azione distruttiva nei confronti degli ecosistemi. Allo stesso tempo però fu recepita in numerosi ambienti accademici e non, come dimostra la Dichiarazione di Amsterdam del 2001 in occasione della Global Change Open Science Conference che riuniva i grandi progetti di ricerca internazionale nel campo della sostenibilità.<br />
La Dichiarazione cita infatti tra i punti fermi della ricerca scientifica il seguente: “Il sistema Terra funziona come un unico sistema autoregolato comprendente componenti fisiche, chimiche, biologiche e umane”.</p>
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<p>Tra i report più noti, ci sono quelli prodotti dall’ <a href="http://www.ipcc.ch/ ">Intergovernmental Panel sui Cambiamenti Climatici </a>, organo di ricerca patrocinato dal l’UNEP  (United Nation Environment Programme) e  dal World Metereological Organization (WMO).<br />
E forse alcuni di voi  probabilmente ricorderanno il documentario <a href="http://www.climatecrisis.net/ ">“An Inconvenient Truth”</a> (2006 ), che  vedeva l’ex vicepresidente degli Stati Uniti, Al Gore, spiegare come il riscaldamento globale stia cambiando il volto del nostro pianeta e  quali sono i rischi ambientali che le attività industriali e le pratiche di consumo stanno generando a danno della comunità mondiale.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/c_e92-1C2K0&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/c_e92-1C2K0&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>L’emergenza ambientale è dunque una realtà che nessuno stakeholder di mercato, né tantomeno i cittadini possono continuare ad ignorare, pena la probabile distruzione di un ecosistema che ci ospita da millenni, e di cui ci siamo appropriati in modo forse incosciente e sconsiderato.</p>
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